Semaforo Vecchio, Monte di Portofino

Pasqua, h19.00 Scrivo seduta al tuo tavolino, Eva. Scrivo mentre Davide è fuori con zia Rita e zia Paola. Sono andati a giocare a pallacanestro al giardinetto, eccellente attività per santificare la Pasqua.

Pasqua, già.

Una festa che non conosco.

Ma nella vita si incrocia fortunatamente anche chi ha il dono di rendere parola e quindi materia viva i moti che non arrivano a coscienza. Queste parole oggi mi sono care:

Pèsah

Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, passare.

Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste.

Chi crede e in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza.

Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi.

Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “pèsah”, passaggio. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credente.

Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme.

Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale resurrezione.

Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere.

Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede.

Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.

ERRI DE LUCA

Già, sia Pasqua piena anche per la mia famiglia, che a dispetto di ogni evidenza crede, e se credono le persone più intelligenti che conosci, non è che inizi a credere pure tu ma in qualche modo ti consola.

La nostra famiglia è un albero dal tronco cavo e bruciato che insiste nel proteggere i suoi germogli, con ostinazione e coraggio.

La Pasqua di due anni fa ha coinciso con l’ultimo viaggio di Eva al mare, con l’ultima festa tutti insieme, prima del giorno in cui tornammo a casa dall’Ospedale per poter salutare tutti e poi morire.

La Pasqua dell’anno scorso è stata l’ultima con nonno Angelo e zio Bo. Davide ha gridato troppe volte al Cielo che è stufo che tutti i suoi cari muoiano. Confido le sua urla non soffochino la sua poesia.

Il dolore è un compagno insistente, che abita il vuoto e la nostalgia. Il dolore è un compagno fedele, anche mentre camminiamo e il respiro si ingarbuglia nei passi.

Ieri siamo stati sul Monte di Portofino tutto il giorno. In fuga dalla folla, in cerca di un contatto nella meditazione del passo e nella fatica. E nello splendore di questa primavera esplosa nei fiori- semplici e maestose, le margherite e le primule compaiono a macchie fra gli alberi-  nel verde appena nato delle foglie e nel profumo di bosco, vivo e rinvigorito.

La meta di questa prima vera camminata di stagione è Semaforo Vecchio. Da tempo vagheggiavamo una notte lì al rifugio, sul punto più alto del Promontorio. Abbiamo deciso di andarlo a vedere, prima di prenotare con gli amici o i cugini.

Per arrivare vi sono vari sentieri, noi siamo partiti da Santa Margherita salendo la scalinata che arriva a Nozarego e da qui abbiamo proseguito per Bocche e Pietre Strette.

I nostri tempi di salita non sono indicativi.

Ci distraiamo con le pigne, inventando indovinelli e telefonando alla zia (l’espressione di stupore e pura, primitiva gioia comparsa sul viso di Davide quando gli ha confermato che sarebbero arrivate, ieri, meriterebbe una pagina a sé, ma decido di affidarla alla memoria mia e di Claudio, perché è un colore fuori tavolozza).

L’arrivo al rifugio per me non è esaltante. Il prato davanti all’edificio ha odore d’incuria, la scritta che deturpa un lato del gabbiotto delle griglie mi intristisce

(pur essendo cultrice della fantasia di certe scritte sui muri,

come questa nel bagno della Feltrinelli di Milano, la beceraggine doppia di tanta pochezza non la reggo).

Come accennavo, avevamo fantasticato di passare prima o poi una notte sul monte, ma mi è passata la voglia, confesso. Meglio in questo caso tornare a casa, la sera.

La notte in rifugio la godranno i miei maschi, il 25 aprile, quando con il tricolore sullo zaino saliranno sull’Antola. Chissà se anche i biondi hanno imparato Bella Ciao?

Ormai comunque siamo arrivati alla meta della giornata, ci fermiamo un poco. Davide si unisce ad alcuni bambini che giocano a calcio, io e Claudio ci sdraiamo sull’erba a riprendere fiato e cercare risposte nella cavalcata delle nuvole.

Le risposte non arrivano, il fiato è tornato, Davide ha finito la partita ed ha voglia di andare alla stazione ad attendere zie.

Scendendo cambiamo percorso, tagliando direttamente da Pietre Strette a Santa Margherita. Come sempre il dislivello in discesa picchia nei piedi e nelle cosce, quindi non so se sia vero quanto sto per scrivere, ma il sentiero pietroso che troviamo mi è piaciuto meno di quello dell’andata e mi è sembrato più faticoso.

Arriviamo a casa che sta calando la sera, i colori sul mare sono intensi, si intravede la magica luna che ci ha accompagnato dal nostro arrivo, giovedì.

Davide mi chiede cosa faremo a Pasqua. Staremo in famiglia, andremo a Messa e giocheremo all’aperto, amore mio. E così abbiamo fatto.

Domani è lunedì dell’Angelo. Auguri papà.

3 pensieri riguardo “Semaforo Vecchio, Monte di Portofino”

  1. Ha il peso dei ricordi, questo racconto che affidi a chi con sensibilità ti legge, ha lo sguardo velato, un sentire intimo e timidamente condiviso.
    Riflessioni che commuovono.
    Grazie. Un bel regalo.

    Mi piace

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