Vacallo – Sagno – monte Bisbino

Una strada di confine, non è chiaro quando lo si attraversa.

Forse dopo l’Alpe Cavazza? Forse prima della cima?

Una strada fatta in due tappe, percorse al contrario: 2 settimane fa Sagno – Bisbino, ieri Vacallo – Sagno. Mi è sempre piaciuto partire dal poi. Leggere l’ultimo capitolo del libro, mangiare la frutta prima del pasto ed il dolce prima dell’aperitivo, farsi raccontare l’ultima scena dei film, fare i figli prima di sposarmi.

Il sentiero è suggestivo, un bosco fitto, castagni e faggi, tantissimi funghi punteggiano il sentiero, fanno venire in mente storie di gnomi e di Guinnes.

Le nostre vacanze irlandesi quest’anno sono saltate, come tanti altri progetti/viaggi/incontri, ma non possono essere certo questi i cambiamenti che ci spaventano. È stata infatti in ogni caso un’estate ricca, intensa, fatta di tempo insieme e di tempo per pensare. E per ricordare.

Ricordare sia la nostra storia che la Storia

Il confine è tema ricorrente, la sua definizione un’impresa che rimanda il mito di Sisifo, inutile ma ineluttabile. E non è nemmeno così importante conoscerne la causa.

Qual è il confine fra destino e colpa? Fra giusto e riprovevole? Fra etico ed egoista? Fra congelarsi e vivere? Fra amore e possesso? Fra sogno e speranza?

Molto più semplice cercare quello fra Italia e Svizzera, che però non mi interessa particolarmente, e per fortuna al rifugio accettavano la carta di credito, così non abbiamo avuto problemi di moneta e ci siamo potuti godere una squisita merenda.

In questi mesi abbiamo camminato tanto, Valtellina, Germania, Grigioni.

Ogni gita una tessera di puzzle, a volte alcune si incastrano,

come alle cascate della Roffla, dove sembrava di essere accompagnati dal sorriso di mio padre, mentre ci immergevamo rapiti nella storia di un uomo, del suo lavoro e della sua fatica caparbia, o come al Ghiacciao dei Forni, dove la notte sono rimasta incantata ad osservare la luce irreale che si vedeva dalla nostra finestra al rifugio pensando che davvero il tempo non esiste,

Forse si misura in attimi di bellezza assoluta, splendore eterno, irraggiungibile.

La lista delle parole di questa contemplazione è ben più lunga, ma il senso è che

Tu

Sei qui.

L’importanza degli attimi splendenti che emergono anche nell’angoscia e nel dolore è così chiara, così universale, eppure spesso mi coglie di sorpresa quando si mostra e si svela, come nel discorso di Bruno, ieri, al funerale di Franco.

Vale sempre la pena, quando si lascia amore intorno.

E mi ricorda che, come mi hanno sempre insegnato col loro esempio i miei genitori, l’amicizia esiste.

[…] Non son razza padrona, non sono gente arcigna,
Siamo volgari come la gramigna.
Non so se è pregio o colpa esser fatti così:
C’è gente che è di casa in serie B.

Contandoli uno a uno non son certo parecchi,
Son come i denti in bocca a certi vecchi,
Ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo
E sempre pronti a masticare il mondo. […]

gli amici, FGuccini

(senza bisogno di traduzione e declinandolo solo al femminile perché gli uomini che amo non amano le citazioni, alle amiche rimaste, mia cugina le mie cognate, sorella che ha cantato per noi l’ultima notte, le autrici di libri che mi hanno accompagnata all’inferno senza ritorno, madri incrociate in sala d’aspetto, sorelle di scrittura lettura e teatro, parole che generano e silenzi sorelle)

Camminando con la Eva in ordine sparso.

A parte i primi irreali giorni dopo la morte di Eva, nessuno mi ha più chiesto come può aiutarmi, cosa può fare per noi.

E’ una domanda che non amo, suona assurda allo stesso modo di “come stai?”, puzza di ipocrisia e di cibo scaduto.

Delle persone che sento accanto nessuno mi farebbe mai a parole una domanda del genere, e non solo perché alle persone diversamente simpatiche si ha paura ad avvicinarsi.

Eppure noi sentiamo affetto ed amore ogni volta che decidiamo di ascoltare (non capita spesso, lo so: oltre alla voce poetica del mio GiovaneEroe ricerco nel vento solo la voce del passato).

In ordine sparso potrei parlare dei passi fatti con molte persone, mio fratello, mio fratello, mio cugino, mia cugina, mia zia (anche se i piedi non sono più quelli che macinavano km col passeggino, il passo resta al passo del pronipote, e questo è allenamento quotidiano), mia madre, mio padre (e grazie al cielo che in famiglia ci sei stato tu, capace di parlare ai sentimenti), lo zio, mia cognata e mia cognata, per non dire i miei nipoti, piè veloci e cuori enormi.

Potrei parlare di gite a Fontanellato solo per piangere sotto il tondo “respice finem”, o di passi veloci con la tata verso il Monumentale, di giri per il parco della clinica osservando i faggi con le uniche due persone che sento legate al mio passato, o dei giri del parco davanti al mio analista ripetendo come un mantra Cumfinis Cumfinis.

Ci sono i passi veloci delle mattine che posso portare il mio IndomitoViaggiatore a scuola e quelli della sera col cane a respirare la nebbia con QuasiMarito, perché non abbiamo bisogno di vederci per sentirci.

Infiniti altri sono gli esempi, un piede davanti all’altro, inspirare, espirare. La lista la completerò andando: qui voglio parlare di camminate che nel loro essere fuori dal tempo e dallo spazio arrivano ad affacciarsi sull’abisso che si allarga dove prima avevo un progetto di vita.

C.&C., le mamme di due dei migliori amici che Eva abbia mai avuto nella sua breve ed indescrivibilmente ricca vita. Due bambini stupendi, amici del cuore di una bambina stupenda.

“andiamo a camminare, all’ora che vuoi, mattina, sera, notte. Se non vuoi parlare ci mettiamo le cuffie e sudiamo in silenzio”. Me l’hanno ripetuto per tanto tempo, mesi, molti mesi. Non mi hanno detto: chiama se hai bisogno. Mi hanno detto: facciamo questa cosa insieme, e non devi parlare, non devi decidere. Noi ci siamo.

Da prima dell’estate lo facciamo. Alle 6.00 del martedì mattina ci troviamo e camminiamo al buio, all’alba, alla nebbia, alla città che si sveglia, al caffè col quale ci salutiamo prima di andare a casa a svegliare i figli. Ridiamo molto; parliamo, anche di Eva, la ricordiamo; parliamo e sparliamo delle maestre, dei compagni comuni, del quotidiano; abbiamo la voce alta, le case che si affacciano sul parco ci sopportano pazienti. A volte incontriamo qualcuno che conosciamo, dà uno strano senso d’intimità incrociarsi in ore inusuali in abiti inusuali in contesti inusuali.

Viste le foto, the M. Witch Project ci è sembrato un nome di gruppo adeguato. Manca la Lexa, sarà presente al prossimo selfie

So che ogni martedì mattina, quando suona la sveglia e penso ai km in loro compagnia, mi alzo non proprio facilmente, ma sicuramente le raggiungo con un sorriso.

Lexa stamattina si è nascosta per non farsi portare fuori. Una defezione ogni tanto non vuol dire niente. Ci vediamo, tutte, bipedi e quadrupede, martedì prossimo.

27 dicembre 2019,Ruta Punta Chiappa

Natale, la fine dell’anno, l’inizio di quello nuovo. 2020.

Il compleanno di Eva, il 10-01. Avrebbe compiuto 10 anni. A volte i numeri si dispongono con poesia.

 

Abbiamo camminato attraverso le date, sapendo di non poterci passare sopra, di non poterci passare sotto, ma solo attraverso, come la famiglia di “caccia all’orso”, libro che abbiamo consumato nelle sere di bonaccia ed in quelle di tempesta.

Tornano le date, le ricorrenze, ed anche i nostri passi sono tornati a percorrere strade già percorse. Non è uguale ad allora, esattamente come nulla resta uguale a se stesso. Eppure mi è sembrato giusto, il nord di una bussola che gronda sangue.

 

La camminata Ruta – Punta Chiappa è una delle mie preferite, quando siamo a Santa Margherita.  A volte abbiamo il lusso di una quasi solitudine, più spesso è molto trafficata.

Quest’estate è stata meta di un’avventura che ora mi fa ridere, entrata nella mitologia famigliare come paradigma della testardaggine che scivola in ocaggine (appellativo che mi porto dietro dall’infanzia, mio zio mi prendeva in giro lisciandomi il piumaggio).

D’altronde un cartello di questo tipo spinge al passo successivo. Purtroppo il tempo non si dilata a mio piacere, e quando siamo rimasti a San Fruttuso di notte senza battello e senza accoglienza (il pasto venduto ma senza possibilità di mangiare al ristorante e dunque consumato in spiaggia è stato emblematico della simpatia di certi locali),

abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco e ci siamo addormentati sotto le stelle.

Per fortuna c’era un concerto in Abbazia e verso mezzanotte abbiamo rimediato un passaggio indietro).

A Pasqua, nel 2010, è stata la passeggiata di un 3 più 1 che ancora non conoscevamo, ora è un 3 più 1 che non vediamo ma non smette mai di accompagnarci.

Eva aveva pochi mesi, il calore del suo corpo su di me, strette nell’abbraccio del marsupio, è la forma esatta della nostalgia.

Rispetto a quest’estate, ci siamo limitati ad arrivare alla punta e tornare indietro passando dalla via nel bosco, che profumava di inverno e vita.

Ricnogiungendoci all’altezza di San Nicolò’  alla strada solita, abbiamo visto che l’Abbazia, una delle più antiche della Liguria, era aperta e ne abbiamo approfittato per una sbirciata.

Ci ha colto di sorpresa fare la conoscenza di Ciro, il custode della Chiesa.

Ci ha accolti, sorriso, raccontato Storie intrecciate alla sua storia ed offerto dolci alla mandorla.

Un breve incontro, di quelli che fanno sorridere all’umanità, all’arte, al Sacro, alla resistenza, alla resilienza ed alla poesia (che non per nulla fa rima con follia).

Gli ultimi gradini del ritorno al buio hanno là bellezza della fiducia nella strada. Ovunque vada, è il posto giusto.

Dammi il supremo coraggio dell’Amore,
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose,
o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell’amore,
e dell’amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l’offesa,
ma disdegna di ripagarla con l’offesa.
Dammi la forza di amare
sempre
e ad ogni costo.
Rabindranath Tagore

25 aprile

Nonostante la mia non certo originale tendenza a cancellare continuamente ciò che non mi corrisponde più, mi accorgo di avere molte cartelle sul PC, appunti, pagine, liste, titoli e capitoli. Situazione cugina alle scatole superstiti di lettere diari quaderni fittamente scritti o solo iniziati.

Il maestro della prima scuola di scrittura che ho frequentato (ma mai finito), passava lungo tempo a metterci in guardia dal rischio della ricerca della prima pagina perfetta.

La storia cammina, 23 anni dopo mi trovo di nuovo a scuola, a lavorare sulla prefazione del sentiero dei nidi di ragno; Calvino incita a lasciare le pagine a maturare.

Non so se sia per un’associazione di pensiero o per il tema delle letture di questo periodo, ho riesumato la pagina scritta sul 25 aprile.

Ormai non ha senso modificarla, credo sia stagionata troppo, ma aggiungerla a questo disordinato diario sì.

Le parole sono più che sintetiche, per fortuna le foto di ArtistaMarito non hanno bisogno di essere accompagnate da verbosità.

 

 

 

25 aprile, 74° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Il 24 aprile sera ho preso da Santa Margherita il treno per Milano: il lavoro è una forma di resistenza.

Claudio, zia Francy, DavideDiegoMarco nello stesso momento partivano in macchina per andare sopra Genova, in Alta Val Trebbia, per la precisione a Casa del Romano. Sono stati poi raggiunti da zio Paolo ed alcuni suoi amici, ovvero Anita e Merluzzo (ed i loro genitori, ma Davide non ricordava i nomi; gli adulti, si sa, passano in secondo piano J

Nell’omonimo Albergo Ristorante noi tre avevamo già dormito, la scorsa estate. Una giornata di pioggia anche quella, visita all’Osservatorio Astronomico Regionale e passeggiata nella nebbia bagnata, ma senza aver fatto troppa strada.

Il 25 aprile invece, i miei Eroi, sono arrivati al Rifugio dell’Antola, cantando Bella Ciao e parlando di Guido Rossa. Il gruppo non era particolarmente folto, ma non credo per questo poco significativo.

Claudio da tempo parlava di questa gita, Davide la attendeva con interesse.

Camminiamo tenacemente in avanti, portando il passato in spalla.

25 aprile, 3 anni fa. Un giro dell’isolato in carrozzina per portare fuori Lexa, appena arrivata a casa, regalo degli zii. Eva l’aveva scelta in allevamento alcuni giorni prima, quando uscite dalla chemioterapia per distrarla (per distrarci?) io e la tata ci eravamo imbarcate in un’avventura sotto la pioggia a senza soldi (ci avevano rubato i portafogli, in oncologia pediatrica…)

Eva stava male ma noi non ci credevamo.
Non ricordo si lamentasse, sembra retorica ma un coraggio così maturo e determinato non l’ho mai più incontrato.
Era stanca, volevamo credere fosse una fase. Forse anche la morte è solo una fase.

Treblinka, 29.10.2019

In realtà questo dipinto l’ho visto il giorno seguente ad Auschwitz, ma la geografia qui ha poco valore.

Arrivare a Treblinka, da Cracovia, richiede molto tempo. Ritornando all’origine, sono arrivata a Treblinca partendo da casa ieri mattina alle 6, con diverse ore di ritardo del volo, arrivo in camera che faceva buio e cena a letto, leggendo. Anche stamattina sono partita alle 6, in treno, per arrivare a Malkinia alle 12,30.

Un viaggio lungo e silenzioso, il motivo per il quale ho voluto farlo da sola.

Perché ne scrivo su questo blog, che in teoria dovrebbe parlare di gite in montagna? Sento che il motivo per il quale avevo iniziato a scrivere qui ha perso per strada identità e slancio. Non so cosa ne farò prossimamente di queste pagine, ma se alla fine rimarranno in una qualunque forma, un ricordo per Davide o un’immagine che condivido con chi vive in lutto, credo che sia giusto possano contenere anche parole di questa giornata.

Non certo per le ore ed i chilometri di cammino fatti dove sorgeva il campo di Treblinka, quanto perché in quei passi sulla sabbia mescolata alle ceneri di almeno 800000 persone sterminate nel lager, forse sta la risposta alla domanda di Davide. Semplice e legittima: esattamente, mamma, cosa vai a fare mamma da sola in Polonia?

Non lo so ancora. So cosa ho fatto oggi, ma il perché resta spoglio, quindi la risposta non può dare soddisfazione. In parte il perché è quella necessità squisitamente umana di  guardare la propria Ombra, in certi momenti della vita, anche l’Ombra collettiva. Il resto è un nodo di dolore che di giorno in giorno si stringe.

Il campo di Treblinka si trovava  a pochi km dalla stazione ferroviaria d Malkinia.

Sul finire della guerra è stato raso al suolo, ciò che ora lo simboleggia è costituito fondamentalmente dal perimetro, da una successione di massi squadrati orizzontali dove c’era la rampa e da un grande monolite dove erano i forni, circondato da un cimitero di 17000 pietre aguzze in verticale, su alcune delle quali risalta il nome di un villaggio o di una città. Poche le pietre con nomi di persona, si riconosce subito quella di Janusz Korczak, il medico ebreo che scelse di andare incontro a morte certa con i bambini orfani dei quali si prendeva cura.

Fra le tante cose che ho letto, ma non riesco ora a recuperare nei miei scaffali in rivolta, la descrizione di questi bambini, ordinati, puliti, coi loro abiti migliori, accompagnati a morire dall’amore e dalla dignità del dr. Korczak mi si è incisa dentro.

Altri nomi accompagnano la visita su una benda bianca che si dipana lungo il bosco, aggrappata agli alberi testimoni di quegli anni.

Teofila, Zygmut, Zyst, Henda, helena, Szulamt, Szejwa, Sara, Hanna, Gela, Fejya, Herszel, Estera, Doba, Debora, Gucia, Cwi, Cypora, Chaskiel, Jarow,

 

La storia supera l’immaginazione, e durante la guerra, il giorno di Natale del 1942, i nazisti costruirono una falsa stazione ferroviaria a Treblinka. L’illusione che il viaggio non fosse finito.

La prima cosa che mi ha stupita all’arrivo a Malkinia è il fatto che, in un contesto che mi è parso desolato, non ricco né prospero, stiano costruendo una stazione nuova, dal design moderno, linee pulite, colori chiari, forme armoniose.

Che valore ha, per chi abita qui, rifare la stazione? Cosa simboleggia per i figli i nipoti di chi ha vissuto gli anni dell’occupazione tedesca e forse prova vergogna per quell’insistente “non sapevo”? Forse non ci pensa, come non ci si sofferma troppo col pensiero sui corpi dispersi nel mediterraneo che, proprio come hanno fatto lungamente le foreste di questa zona, ci vengono rimandati in oggetti e reperti dalla loro sepoltura.

Eppure lo sterminio di massa della seconda guerra è il male, l’assurdo, il banale orrore del’abisso a cui l’uomo può arrivare. Nessun paragone tiene, nessun contraltare lo bilancia.

Il paesaggio è verde, boscoso, vivo.

Per arrivare al Museo si può prendere solo il taxi, nessun autobus ci arriva. Si paga solo in Szloty, la maggior parte delle scritte sono in tedesco, polacco ed ebraico, il materiale in inglese si riduce a due pieghevoli in bianco e nero mal tradotti, non c’è bar né distributore d’acqua (non avendo fatto colazione a Cracovia ho cercato di spiegare al tassista che prima volevo fermami a prendere un caffè, ma è stato impossibile intendersi, era evidentemente inconcepibile uscire dal percorso turistico prestabilito).

Al di là dei discorsi generali, io ho apprezzato per la mia visita i momenti di completa solitudine, il silenzio interrotto solo dai canti di una scuola ebraica (in qualche cosa mi hanno ricordato la melodia che ha cantato per noi Eleonora, la notte che Eva è morta), ed il cielo grigio, minaccioso.

Nello zaino oltre alle cose solite, portafogli, libro, quaderno, penne e giacca a vento, avevo una bustina di Eva. Una di quelle bustine trasparenti da spiaggia che regalano in profumeria quando comperi i solari di marca.

Eva ha sempre amato borse, borsette, cofanetti, scrigni, cassetti. Custodi di mondi di giochi e fantasia che continuano a stupirmi perché ne trovo sempre di nuovi.

In quella particolare bustina erano conservati vari tesori del mare. Conchiglie, sassolini, frammenti di vetro levigato, insomma, tutto ciò che trovava bello e importante da portare a casa, da usare per le sue creazioni, da regalare.

Quella stessa bustina è venuta con noi lungo il Cammino di Santiago, due anni fa. Davide ha deposto conchiglie e sassi lungo la strada, ma non era vuota.

Oggi l’ho svuotata.

Un momento di raccogliemmo ed un lascito su ogni masso che simboleggia il perimetro del campo. Insistente la domanda impossibile del perché ci si trova da una parte o dall’altra del filo spinato, nella vita. I Diari di Etty Hilsum in questi anni mi hanno aiutata a spostare la prospettiva dal filo spinato, ma la domanda resta senza risposta. Esattamente come resta senza risposta l’altra, quella impossibile da non farsi, di fronte alla storia, cosa avrei fatto io dentro? E fuori?

Il percorso è lungo vari chilometri, ovviamente non ero concentrata ad orientarmi, è stata una sorpresa tornare alla scultura che rappresenta l’ingresso del campo ed accorgermi che la bustina era vuota.

In realtà rivoltandola ho trovato due schegge di vetro verde ed un sassolino bianco. Li ho posati sul monumento che rappresenta la graticola, termine volutamente disturbante, davanti al quale sono rimasta a meditare.

Non so quanto a lungo sono rimasta seduta a gambe incrociate sull’erba, con gli occhi chiusi e la mente vuota, mi sono alzata quando ho capito che il privilegio della solitudine completa era finito. Dopo pochi passi ha iniziato a diluviare. Ora sono in treno, il viaggio è lungo, ma i miei abiti si sono asciugati.

Rajzel, Ita, Andzia (Angela), Rachel, Chana, Zipa, Jiliusz, Hadassa, Mosze, Michael, Szlomo, Mendel, Mordechay, Adam, Szmuel.

Vicino a Varsavia, h17.40

26-27/10/2019 Val D’Aveto. Anello del Groppo Rosso e Transumanza da Torrio

La Val d’Aveto in questa fine ottobre bollente e luminosa è ricoperta di distese rosse e macchie gialle, alberi che si spogliano e tappeti fruscianti di foglie secche da sollevare con gli scarponi per farli volare e nei quali Lexa sembra nuotare.

Siamo arrivati a Santo Stefano d’Aveto venerdì sera, sfiniti da una settimana di lavoro pesante ma troppo desiderosi di svegliarci già in montagna per aspettare sabato mattina a partire.

L’idea di questo fine settimana sull’Appennino ligure è partita dal desiderio di vedere domenica la transumanza, le mandrie che da Torrio vengono portate a Santo Stefano per l’inverno.

Una festa collettiva,

Colazione del transumante: focaccia e lardo

dove del sapore antico resta non molto e che rende il paese troppo simile ad un centro commerciale per essermi godibile. Appena giunta in piazza, dopo vari km dietro alle mucche, ho iniziato a sentir l’aria mancare. Abbiamo attraversato la folla di corsa, in una fuga che ci ha fatto sentire protagonisti di una escape room ed alla fine ci ha però regalato un pranzo al rifugio del lago nero davvero delizioso.

Sabato invece è stata una giornata bellissima. Avevamo voglia di camminare, ed abbiamo camminato molto. Anche più del previsto.

Anello del Groppo Rosso, da Rocca d’Aveto. Un sentiero magnifico, nel bosco  profumato di funghi ed illuminato dai riflessi degli abeti e dei faggi.

La strada è bella, con una salita dolce di 500 mt circa, arrivare alle tre cime del Groppo Rosso non è stato faticoso,

ci siamo riposati un po’ nei pressi del rifugio ASTASS (vale più di tanti discorsi un luogo dove il concetto di importanza della solidarietà si fa concreto. Olio, carne in scatola, tonno, bustine d magnesio ed acqua a disposizione, un tavolo ed un soppalco, ed una targa in ricordo di qualcuno che amava la montagna ed ha lasciato un segno nel cuore dei suoi cari).

E’ già pomeriggio inoltrato quando ci approcciamo al rientro. Che fare? La strada già fatta o la deviazione (il famoso anello che in questo caso, è bene anticiparlo, non è riuscito col buco) che una signora del posto ci ha spiegato così bene?

Non posso resistere al richiamo della Valle Tribolata, che nella seconda ipotesi avremmo dovuto percorrere. Claudio non era convinto, ma non si è opposto. Non si è opposto abbastanza.

Risultato? Ci siamo persi, abbiamo camminato circa un’ora e mezza in più e aumentato di una discreta percentuale il dislivello fatto.

Non ho idea di dove siamo andati a finire, la Valle Tribolata si affacciava suggestiva fra i tronchi quando il bosco si apriva, ma la via non portava a casa.

La mia teoria che finché si scende va bene si è scontrata ad un certo punto con l’evidenza e Claudio mi ha “convinta” a risalire fino al bivio già conosciuto.

Il rientro ha necessitato le frontali per riattraversare i boschi. La difficoltà ci ha impedito di parlare troppo, l’umore generale è stato gestito da un PiccoloSaggio inizialmente non molto tranquillo che cercava di riportare i suoi bellicosi genitori alla calma.

Claudio: no, non sono arrabbiato con te, ma con me per non essere abbastanza autorevole quando ti intestardisci.

Amore, è solo perché siamo abbastanza vecchi entrambi da sapere come andrebbe a finire se ti mettessi storto quando io sono ispirata da strade alternative.

(e sulla perversione di percorrere le strade sbagliate mi fermo, perché a nessuno mai interessano troppo le mie riflessioni a tal proposito)

 

Siamo rientrati in albergo sfiniti ma soddisfatti (Davide: brava famiglia, siete stati bravi. La mamma merita dieci con le lodi in orientiring!!!). Dopo lo sforzo diplomatico e la gestione dell’iniziale spavento dato dall’aver smarrito la strada, Davide si è addormentato con la testa accanto al piatto degli spaghetti, io faticavo a tenere gli occhi aperti e la Lexa non abbaiava nemmeno per avere del cibo.

Come si dorme bene in montagna!

 

Torniamo a casa domenca pomeriggio, in tempo per i compiti e prepararmi alla partenza di lunedì per Cracovia. Davide ovviamente ha deciso di trasferirsi da zia a dormire, mentre sono via.

Carica di vestiti, biglietti d’amore e senso di colpa, liquido per la verruca (ancora non debellata, ma venceremos) e bisogno di essere rassicurata che posso resistere 4 giorni da sola, sono dunque passata da zia prima di cena.

Davide era passato da lei prima di vedere i biondi cugini. Zia mi ha riferito questa conversazione del pomeriggio.

Davide: lo sai che la mamma domani va in Polonia?

Zia: come mai?

D.: a pregare

Zia: a pregare? E perché deve andare in Polonia a pregare?

Davide: perché va a pregare dove c’è stata la guerra.

Per fortuna zia ha evitato di proseguire il confronto di realtà.

Ecco, questa è la dimostrazione che, oltre a non capire bene io stessa perché ho deciso di passare i giorni di recupero faticosamente accumulati da sola a Cracovia, per andare ad Auschwitz e Treblinka , non sono riuscita a confezionare alcuna spiegazione valida per Davide, il quale dai miei farfugliamenti se ne è montata una sua.

Meditare = pregare? E camminare da sola = meditare?

Potevo spiegargli il significato di catarsi? (magari dopo averlo compreso io)

Olocausto vs guerra o i conflitti si equivalgono?

La banalità del male. Sempre? La scala i misura del Male.

Insomma, un’insalata psicotica delle meglio farcite.

 

Ivana, una cara amicacollega di recente conoscenza (ma sarà mai possibile Eva sentire davvero ciò che è iniziato dopo di te? Non lo so mai), mi ha scritto una frase di Tarkowsky (del quale avevamo visto non so più quale film ad un cineforum junghiano):” in verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque si vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare”

Cercare vs trovare, per condire ancora un po’ l’insalata di cui sopra.

 

 

Vals, un fine settimana d’ottobre, 2019

Ci sono luoghi che hanno un potere proprio, potrebbe essere la memoria delle pietre. O forse risuonano con una parte dell’anima e solo nel tempo si riesce a decifrare bene ciò che suggeriscono.

La prima volta a Vals ci andai con Marco e Andrea, non ricordo quando; facevo l ‘università, o già lavoravo? Ora che ci penso dev’essere stata la volta che sono venuti a prendermi a Palazzo Panorama, clima spensierato e dalle sfumature maniacali, e durante il viaggio i commenti sulle indicazioni stradali che avevano ricevuto dalla Maito’ per raggiungermi ci fecero ridere tanto da stare male.

Poco dopo ci andai con Claudio, ben prima che l’idea famiglia si facesse strada nelle nostre immaginazioni. Un week end bellissimo di terme e relax, la montagna sullo sfondo come particolare gradito ma quasi superfluo.

Ci siamo tornati tre giorni fa, per due notti, da soli, in quanto Davide inizia a percorrere nuove rotte ed è andato a Parigi con la nonna a trovare cugino e zii.

Siamo stati alle terme, ovviamente, e come la prima volta ne sono rimasta incantata e rapita, luogo perfetto per una lunga seduta di watsu del risveglio, nella vasca esterna con le montagne a proteggere l’in-coscienza; abbiamo letto sulla terrazza dell’albergo scaldati da questo incongruo solo autunnale che non vuole cedere il potere all’inverno, abbiamo cenato fuori e ci siamo persi nell’illusione di non aver vincoli di tempo.

E poi abbiamo camminato. Dopo cena, al risveglio, e diverse ore ieri, prima di ripartire.

La montagna sempre più mi sembra l’unica risposta possibile al silenzio del Fato.

Cosa resta delle nostre domande? Nulla, ma in alto e in solitudine questo silenzio mi sembra più sopportabile.

Panoramaweg, 2 Std. Da Vals, 1254 mt, siamo saliti con la cabinovia a Gadastatt, 1800 mt, e, percorrendo un sentiero dai colori fiammanti, fra tappeti di mirtilli e alberi orgogliosi, siamo arrivati a Frunt, 1990 mt.  Indecisi se tornare o proseguire abbiamo ascoltato il richiamo della diga, per arrivare a Zevreila. Le dighe mi terrorizzano nel loro potere ipnotico e nella loro forza d’attrazione. Questa l’abbiamo attraversata con calma, accecati dalla luce riflessa e dal canto delle cascate che pettinano la montagna.

Le suggestione delle pietre ci ha accompagnati due giorni, i cristalli dell’albergo, quelli presi per Davide a Frunt, la quarzite delle terme e delle case del borgo, la luminosità della polvere.

Tornati a casa, ieri sera, ci siamo messi sul divano a leggere e guardare il tramonto sulle cime che si intravedono lontane e magnifiche dalla nostra finestra.

Ho finito “La zona d’interesse”, di Martin Amis. Nulla come il male è banale e senza la possibilità di spiegazioni compensatorie.

Prima di andare a letto abbiamo sentito Davide al telefono.

Felice e spensierato, esattamente come dovrebbe essere un bambino di  8 anni. So che anche per il resto della nostra famiglia non è facile, in qualche modo ognuno di noi aveva fatto dei progetti diversi, per il futuro che stiamo vivendo (amore mio, quando sarai grande e studierai a Parigi coi tuoi fidanzati, mi lascerai venire a trovarti? Mi chiedo ora se immancabilmente sorridevi senza rispondermi perché sapevi ciò che non si poteva guardare).

No, non è per nulla facile, per nessuno.

Auguri, zio Anda

(ma ora che aspetto Davide agli arrivi di Malpensa, posso per un attimo smettere di impazzirci)

 

Semaforo Vecchio, Monte di Portofino

Pasqua, h19.00 Scrivo seduta al tuo tavolino, Eva. Scrivo mentre Davide è fuori con zia Rita e zia Paola. Sono andati a giocare a pallacanestro al giardinetto, eccellente attività per santificare la Pasqua.

Pasqua, già.

Una festa che non conosco.

Ma nella vita si incrocia fortunatamente anche chi ha il dono di rendere parola e quindi materia viva i moti che non arrivano a coscienza. Queste parole oggi mi sono care:

Pèsah

Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, passare.

Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste.

Chi crede e in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza.

Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi.

Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “pèsah”, passaggio. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credente.

Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme.

Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale resurrezione.

Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere.

Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede.

Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.

ERRI DE LUCA

Già, sia Pasqua piena anche per la mia famiglia, che a dispetto di ogni evidenza crede, e se credono le persone più intelligenti che conosci, non è che inizi a credere pure tu ma in qualche modo ti consola.

La nostra famiglia è un albero dal tronco cavo e bruciato che insiste nel proteggere i suoi germogli, con ostinazione e coraggio.

La Pasqua di due anni fa ha coinciso con l’ultimo viaggio di Eva al mare, con l’ultima festa tutti insieme, prima del giorno in cui tornammo a casa dall’Ospedale per poter salutare tutti e poi morire.

La Pasqua dell’anno scorso è stata l’ultima con nonno Angelo e zio Bo. Davide ha gridato troppe volte al Cielo che è stufo che tutti i suoi cari muoiano. Confido le sua urla non soffochino la sua poesia.

Il dolore è un compagno insistente, che abita il vuoto e la nostalgia. Il dolore è un compagno fedele, anche mentre camminiamo e il respiro si ingarbuglia nei passi.

Ieri siamo stati sul Monte di Portofino tutto il giorno. In fuga dalla folla, in cerca di un contatto nella meditazione del passo e nella fatica. E nello splendore di questa primavera esplosa nei fiori- semplici e maestose, le margherite e le primule compaiono a macchie fra gli alberi-  nel verde appena nato delle foglie e nel profumo di bosco, vivo e rinvigorito.

La meta di questa prima vera camminata di stagione è Semaforo Vecchio. Da tempo vagheggiavamo una notte lì al rifugio, sul punto più alto del Promontorio. Abbiamo deciso di andarlo a vedere, prima di prenotare con gli amici o i cugini.

Per arrivare vi sono vari sentieri, noi siamo partiti da Santa Margherita salendo la scalinata che arriva a Nozarego e da qui abbiamo proseguito per Bocche e Pietre Strette.

I nostri tempi di salita non sono indicativi.

Ci distraiamo con le pigne, inventando indovinelli e telefonando alla zia (l’espressione di stupore e pura, primitiva gioia comparsa sul viso di Davide quando gli ha confermato che sarebbero arrivate, ieri, meriterebbe una pagina a sé, ma decido di affidarla alla memoria mia e di Claudio, perché è un colore fuori tavolozza).

L’arrivo al rifugio per me non è esaltante. Il prato davanti all’edificio ha odore d’incuria, la scritta che deturpa un lato del gabbiotto delle griglie mi intristisce

(pur essendo cultrice della fantasia di certe scritte sui muri,

come questa nel bagno della Feltrinelli di Milano, la beceraggine doppia di tanta pochezza non la reggo).

Come accennavo, avevamo fantasticato di passare prima o poi una notte sul monte, ma mi è passata la voglia, confesso. Meglio in questo caso tornare a casa, la sera.

La notte in rifugio la godranno i miei maschi, il 25 aprile, quando con il tricolore sullo zaino saliranno sull’Antola. Chissà se anche i biondi hanno imparato Bella Ciao?

Ormai comunque siamo arrivati alla meta della giornata, ci fermiamo un poco. Davide si unisce ad alcuni bambini che giocano a calcio, io e Claudio ci sdraiamo sull’erba a riprendere fiato e cercare risposte nella cavalcata delle nuvole.

Le risposte non arrivano, il fiato è tornato, Davide ha finito la partita ed ha voglia di andare alla stazione ad attendere zie.

Scendendo cambiamo percorso, tagliando direttamente da Pietre Strette a Santa Margherita. Come sempre il dislivello in discesa picchia nei piedi e nelle cosce, quindi non so se sia vero quanto sto per scrivere, ma il sentiero pietroso che troviamo mi è piaciuto meno di quello dell’andata e mi è sembrato più faticoso.

Arriviamo a casa che sta calando la sera, i colori sul mare sono intensi, si intravede la magica luna che ci ha accompagnato dal nostro arrivo, giovedì.

Davide mi chiede cosa faremo a Pasqua. Staremo in famiglia, andremo a Messa e giocheremo all’aperto, amore mio. E così abbiamo fatto.

Domani è lunedì dell’Angelo. Auguri papà.

3-4.11.2018, Monte di Portofino

ʻOhana’ significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato. O dimenticato” così insegna Lilo a Stitch, nel film, 

Una definizione potente, che Eva ha sapientemente usato per esprimere un concetto complesso in situazioni precise, e così Davide dopo di lei, ed i cugini.
Che riconoscano l’archetipo, questi nanerottoli?

Un paio i di giorni dopo la mareggiata che ha ferito Santa Margherita Rapallo e Portofino, rendendole nude e diverse per sempre nei nostri occhi, abbiamo goduto un fine settimana di mare con i biondi (genitori inclusi).

Era tanto che non passavamo giorni con zii e cugini. Fino a due anni fa era frequente e scontato; dopo la morte di Eva ognuno ha elaborato il dolore nel proprio nucleo, e sicuramente la mia furia di Demetra distruttrice non facilita la convivenza.
È giusto così, e non abbiamo certo bisogno del tempo, per sentire ciò che ci unisce.

Abbiamo ripercorso sentieri noti, nuovi nel loro abito autunnale, forse, 
sicuramente nuovi nelle parole degli incredibili piccoli esploratori che crescono, vestendo di cresciuti concetti, spavalderie, paure e coraggio la strada.

Solo una cosa resta uguale a se stessa: l’attrazione irresistibile per le schifezze! 😬

Sento nella testa la fatica di questo equilibrio, fra il tempo cristallizzato dei ricordi e del dolore e quello fluido dell’immagine del mio PoetaGuerriero che ogni giorno si modella sulla precedente, riempiendo la mia vita dello stupore accecante che danno ogni alba ed ogni tramonto.

Il Monte di Portofino ė fitto e selvaggio, profumato di un autunno prepotente, che non cede spazio all’inverno.

Cammino come se Eva mi tenesse per mano, e rido da sola, come sempre più spesso mi succede, sentendo la sua voce che mi dice mamma, non ti arrabbiare, sono solo maschi.

ʻOhana’ significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato. O dimenticato. <

Maggio

Maggio 2018

Maggio finalmente è finito.

Mi è venuta in mente questa frase ora, mentre accanto al mio PoetaGuerriero che si è appena addormentato leggo qualche pagina di libro prima di andare a dormire a mia volta e ripenso alla camminata di oggi, a Selvino.

Cosa vuol dire che maggio “finalmente” è finito? Nulla.

La pioggia continua e magnifica di questo mese non ha lavato proprio nulla, non ha stemperato rabbia disperazione colpa o insensatezza. Ne ha diminuito il bisogno di andare, sempre, in ogni condizione.

La neve del primo maggio con le ciaspole in Valtellina, le colline toscane respirando e ricercando Spirito, il monte Tamaro e la fatica di non prendere la cabinovia…

Io cammino sentendomi una Demetra incendiaria, la rabbia cresce senza sosta, nulla appunto lava via il continuo ripensare e non capire. O capire con una lucidità eccessiva, che mi brucia gli occhi e mi blocca la gola. Solo il sudore ed il dolore a fine giornata spengono per un attimo il circuito. Per questo motivo, pur non avendo mai smesso di camminare, ho sentito di non dover scrivere, in questi mesi.

Il primo anno dalla morte di Eva, ovvero il sei, l’abbiamo passato a Pontresina, percorrendo la Val Roseg e cercando in ogni albero ed ogni respiro del bosco una risposta.

Ma la risposta la vedo in Davide, che cammina come un cucciolo che gioca e come un saggio che osserva. Che cammina e non guarda il tempo, non sente la fame, non ha bisogno di arrivare per sapere.

La risposta la vedo in Claudio, che ci tiene come un Pastore, che ci guida e non si perde. O se si perde inventa per tutti noi una riposta, ex è sempre quella giusta.

C’è stata anche la festa della mamma, a maggio.

L’ abbiamo passata camminando incontro al lago di Montorfano, parlando tanto e sfogliandoci i pensieri (“mamma, sai che io ho imparato da mia sorella l’importanza di essere mancini?” Certo amore, sensazioni, cuore e anarchia… tu senso e navigatore di simboli)

Infine c’è stato il mio compleanno, ieri. Di corsa dopo il lavoro siamo partiti per Selvino, noi i nipoti ed i nonni. Una ben colorata carovana tanto chiassosa quanto illuminata.

Il chiasso e la fatica mi hanno distratta, ieri sera. Visti i nostri cronici ritardi abbiamo cenato in autogrill. Il posto perfetto, un non luogo per un non festeggiamento, che però è stato ed ha significato.

Oggi, lasciati i nonni a prendere il sole a fondo pista, siamo saliti sul Monte Purito, dove quest’inverno, fuggendo il Natale, Davide ha sciato con tanta soddisfazione, accompagnato dal tifo del nonno.

La passeggiata è stata calda di pioggia non scoppiata, non lunga (il mio nuovo fit bit mi segnala ormai al millimetro ogni passo fatto. Grazie Cuori di accompagnarmi in ogni pezzo di strada), non faticosa.

Abbiamo pranzato in cima; il rifugio a fine seggiovia, come la seggiovia stessa ed il parco avventura, era chiuso e donava al nostro pomeriggio quel tocco di irreale che tanto mi affascina e mi porta via.

I 4 mini esploratori si sono avventurati lungo le “trincee” (ineludibili fantasie di guerre eroiche, finché l’eta non svelerà la vera faccia della battaglia), io e claudio ci siamo dilungati in chiacchiere e silenzi sulle sdraio della terrazza abbandonata.

Il cielo nero non ha mantenuto la promessa fatta fin da mattina, ma la bellezza mobile ed evocatrice delle nubi ci ha incantati anche nel ritorno.

Maggio è finito.